street photography

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Che la cosiddetta street photography  sia molto in voga è sotto gli occhi di chiunque si occupi, anche minimamente, di fotografia: è interessante perché analizzare i trend aiuta qualche volta a capire cosa bolle in pentola, e la pentola siamo noi. La fotografia di strada non accetta definizioni, canoni, stilemi, motivazioni dichiarate. E’ sempre esistita senza necessariamente chiamarsi street photography.

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Qualcuno asserisce che la differenza tra reportage e street  sarebbe la progettualità, presente nel primo e assente nella seconda. Secondo quest’interpretazione è reportage solo quello di chi dice: ”Domattina vado a documentare il lavoro nelle miniere e ci sto due mesi”.  Chi invece s’immerge nell’imprevedibilità di un luogo vissuto e ne prende frammenti e istanti sarebbe in sostanza uno sfaccendato di talento. Il progetto esisteva già, ma non era un argomento delimitato. Mondi e società da capire in trasparenza osservandone facce, abitudini, vestiti, edifici, mercati, automobili, strade, strade, strade. Ogni singola foto che oggi si definirebbe street photography  era formidabile. Si può uscire tutti i giorni nella propria città per anni, fotografare senza un “mitico progetto” se non quello di soddisfare la curiosità, ma se un giorno si selezionerà il meglio di tutto questo e se tutto racconterà con uno stile e una visione coerenti la vita in quella città, poco importerà definire il risultato street photography o reportage.

Purtroppo la fotografia di strada viene percepita da molti entusiasti quanto acerbi fotografi come facile (e qui c’è anche lo zampino del marketing, sia di fotocamere che di smartphone). Come dire: “Adesso basta, spengo il computer e mi compro una bicicletta”. E non sembri irriverente il paragone bicicletta-macchina fotografica: entrambe sono strumenti utili alla scoperta del mondo. Entrambe ci rendono finalmente e nuovamente vivi, attenti, pronti, dinamici, aperti. Entrambe ci ricordano che oltre alla testa abbiamo un corpo. Entrambe ci fanno entrare in contatto col vento.

street photography

Insomma, la voglia di strada, al di là dell’illusione autoriale che abbaglia molti, è cosa sana. La voglia di strada è voglia di vita. Obbliga ad affrontare e valicare la barriera tra privato e pubblico, tra sé e gli altri – al diavolo l’incubo privacy – sia pure con un atteggiamento mai troppo empatico, ché una certa dose d’individualismo è scritta comunque nel dna del fotografo. La fotografia di strada tira fuori davvero la natura del fotografo.

fonte: il fatto quotidiano